IL PUNTO di Paolo Uggè

Chi segue questa rubrica avrà modo di ricordare come già da qualche mese avevo evidenziato che la eterogeneità dell’attuale maggioranza, dove forze politiche che la compongono hanno posizioni politiche totalmente diverse tra loro sui concetti di fondo, avrebbe portato il Paese in una fase disastrosa.


Prendendo alcuni esempi di questi ultimi giorni il caso Ilva, che non aiuterà certo ad incrementare la buona fama presso gli investitori esteri, le indecisioni sulla gestione del fenomeno della migrazione e buon ultimo la legge di bilancio, la preoccupazione si concretizza.


In particolare per il mondo dei trasporti stiamo assistendo ad una impostazione frutto della più smaccata e non condivisibile impostazione ideologica legata al tema dell’inquinamento. Nessuno può sostenere che da “casa nostra”, intendendo il mondo rappresentato in Confcommercio, non vi sia una sensibilità al tema del rispetto ambientale. Ai più smemorati ricordo innanzitutto “l’operazione verità” che recentemente nel Forum di Cernobbio abbiamo documentato con dati scientifici inoppugnabili (a distanza di tempo nessuno ha potuto contestarne la veridicità) le “verità nascoste” o, se preferite le bugie evidenti, che si diffondono sulla primaria responsabilità del trasporto su gomma pesante a tale tema.


Ma risalendo nel tempo non è possibile dimenticare il convegno, dedicato al rischio dell’innalzamento dei mari, che ha portato ad un protocollo sottoscritto dal presidente Sangalli e L’Enea. Secondo tali studi è stato possibile a Federlogistica, con il suo presidente Luigi Merlo, portare alla luce un rischio che, senza un piano per la sicurezza del mare, si produrrebbe: L’innalzamento delle acque, con la conseguenza che diversi porti rischiano di finire sott’acqua insieme a ferrovie e autostrade costiere. Anche se il fenomeno non avverrà subito, gli esperti pensano ad un periodo di trenta/cinquant’anni, il rischio è reale e per prima Confcommercio con la chiarezza necessaria ha lanciato l’allarme.


Al di là dei tentativi di una confederazione di appropriarsi di quanto voluto proprio dal presidente Merlo, il fatto evidenzia senza alcun dubbio quanto sia tenuto in considerazione il tema cambiamento climatico ed il tema ambientale nelle nostre realtà.


Tornando al Forum internazionale di Cernobbio si è dimostrato come il trasporto su gomma incida sulla produzione di polveri sottili e dei climalteranti in genere, per Il 4,6%. Ma è stato anche certificato che il trasporto pesante ha ridotto, negli anni, l’emissione di inquinanti del 29,7%. Vi sono altri settori che invece ne producono di maggiori. L’autotrasporto già riconosce allo Stato, per l’inquinamento generato, 1,12 miliardi di più rispetto al dovuto. Altri, che determinano costi per 11 miliardi di euro, versano solo poco più di un miliardo.


La evidente conclusione non può che essere una: si spreme l’autotrasporto solo per fare cassa e non per coprire i danni. Questo appartiene ad una cultura inaccettabile come quella che ruba ai poveri per dare il ricavato ai ricchi. Un Governo non pregiudizialmente orientato alla decrescita avrebbe il dovere di verificare ed assumere le iniziative necessarie. Oltretutto, per assurdo, il nostro Paese non ne avrebbe la necessità impellente di intervenire, in quanto i dati attestano che l’Italia è la nazione tra le più virtuose, in relazione alla media europea, nel settore trasporti. Allora siamo di fronte ad un accanimento, frutto di una ideologia o ad una furbata che segnaleremo e combatteremo con tutte le nostre forze.


Può un Esecutivo serio governare in questo modo? No! Possono le imprese danneggiate da queste folli decisioni pensare di trasferire altrove la propria sede o indire, attraverso le loro rappresentanze, forme di protesta che porteranno alla sospensione delle attività? La risposta è Sì!


Riassumendo: la vicenda Ilva produrrà danni rilevanti in termini occupazionali non solo al settore dell’acciaio ma a tutte le imprese le imprese dell’indotto, trasporto compreso.


A questo si aggiunge il tentativo di ridurre i trasferimenti, allo stato dei fatti, è una certezza (basta leggere la legge di bilancio ed il collegato fiscale), di oltre 1 Mld per l’accisa, ai quali si aggiungerà un taglio in altri trasferimenti di ulteriori 160 milioni. Il tutto per il 2020/21. Se non bastasse, sono stati introdotte altre misure che aggraveranno i costi delle imprese. Penso ad esempio, alle cisterne aziendali.
Il tutto si è verificato senza che sia stato effettuato il minimo confronto.


Definire questo atteggiamento un attento rapporto con i corpi intermedi del “Governo del cambiamento” è una vera e propria presa in giro.


La strada maestra che può affrontare tali argomenti in modo razionale è sempre quella del confronto. In tale direzione sembra muoversi il ministro dei trasporti. Le questioni non sono risolvibili né con furbate, con tentativi di dividere la categoria o dando il contentino su alcune singole questioni. Occorre affrontare le partite rimaste aperte, che non sono poche, in un quadro di insieme. Su questa impostazione si può cercare una intesa per evitare che iniziative programmate, incontrollate o spontanee possano innescarsi. Di tutto ha la necessità il nostro Paese, tranne che di una fase dove il mondo del trasporto si organizzi per fornire a chi non intende comprendere risposte adeguate di protesta. Non si mettano alla prova le rappresentanze responsabili. Respingere l’opportunità di un confronto è miope e dannoso. Ecco perché la convocazione, anche se un po’ tardiva, è giudicata positivamente dal presidente di Unatras. Altro non si può chiedere. Si tratta di vedere se esistono spazi per dare certezze e garanzie in tempi rapidi. Se il tempo è trascorso e le soluzioni non si sono trovate non è responsabilità degli imprenditori. 
 

08 novembre 2019